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“Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione?”. Lettera di Einstein a Freud  30 luglio 1932

Negli ultimi anni, sempre più spesso i miei giovani pazienti portano all’interno dello spazio terapeutico un’angoscia relativa alle sorti dell’umanità. Pandemie, guerre, crisi economiche sollecitano nelle fragili anime forti sensazioni di instabilità, di precarietà e conseguente smarrimento.

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Osservano gli adulti occlusi dalla rabbia e dal bisogno di distruggere il proprio simile; sono sconvolti dal costatare intorno a sé stessi un tentativo di annientamento che non nasce da loro ma è espresso con intensità da quel mondo adulto che dovrebbe mostrare loro come tenere insieme, integrare, mettere in contatto, far comunicare parti discordanti e in conflitto.

Sentono che il loro ruolo e la loro funzione trasformativa è stata usurpata violentemente, lasciandoli senza desiderio, senza meta, senza un motivo per lottare.

In famiglia, si chiedono dove sia finito il limite che rappresentava il genitore, se quest’ultimo si è spostato sul loro territorio, divenendo compagno di avventura e non riferimento.

In società, gli adulti giocano seriamente a fare la guerra occupando lo spazio rappresentazionale degli adolescenti, rubando loro la scena e deprimendo in tal modo le loro anime.

Abusano, manipolano le loro delicate sensibilità, mettendoli gli uni contro gli altri e rendendoli ignari consumatori di prodotti tossici.

Quali territori possono ancora calpestare i nostri figli? In quali spazi possono ancora portare la distruttività trasformatrice e generatrice della loro età?

Rimane solo il web, il virtuale-reale che consente una immobile instabilità, una fuoriuscita del bisogno di esprimere le parti di sé meno integrate, meno risolte, meno digerite. Ma questo spazio non è un contenitore che permette una risignificazione: è un profondo buco nero che non ripara, non costruisce, non alimenta.

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La rabbia in tal modo non viene reintegrata insieme ai dispositivi che la possono contenere, come in un sano meccanismo di identificazione proiettiva; l’aggressività, insita e fondante l’essere umano, non trova un contenimento che trasforma, che attiva processi di integrazione fra Eros e Thanatos ma alimenta dissociazione e oggettivizzazione dell’umano.

L’Altro diviene l’estraneo, lo straniero, il nemico da uccidere e le piazze, le strade, i paesi si riempiono di ragazzi che si aggrediscono, che non si riconoscono nelle stesse paure e inquietudini.

Se sei uguale a me sei con me, se pensi diversamente sei contro di me! Non ci sono sfumature, zone di confine (dal lat. confine, neutro dell'agg. confinis ‘che ha un confine in comune’) dove stare insieme e dove trovare una bonifica della rabbia e della violenza.

Il mondo senza adultità diviene l’isola del Signore delle mosche di Golding, dove la distruttività prende il sopravvento e l’umano rischia la morte:

“Roger si chinò, raccolse una pietra, prese la mira e la scagliò contro Henry - in realtà, mancandolo apposta [...] C'era ancora uno spazio intorno ad Henry, un diametro di oltre cinque metri, in cui non osava tirare. Qui, invisibile eppure ancora forte, resisteva il tabù della vecchia vita. Intorno al bambino accovacciato c'era la protezione dei genitori e della scuola, dei poliziotti e della legge. Il braccio di Roger rimaneva condizionato da una civiltà che di lui nulla sapeva e che era in rovina.”

 

* Il signore delle mosche, William Golding

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