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I comportamenti autolesionistici degli adolescenti sono uno dei sintomi del loro disagio, di un malessere che può avere molte cause e si può esprimere a livelli diversi di gravità. Vanno comunque presi in seria considerazione, anche quando le loro manifestazioni sono quasi inavvertibili e apparentemente trascurabili.

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Non devono infatti essere considerati come semplici espressioni di malumore, di un disagio passeggero, di una contrarietà dovuta a fattori estemporanei, soprattutto quando si ripresentano e vengono nascosti, a motivo di vergogna, come segni di un dolore che ai ragazzi, in quei momenti, sembra non superabile. Non guaribile.

Dietro il desiderio di farsi del male ci può essere qualcosa che un genitore o a un adulto potrebbe non percepire con la stessa gravità. Come l’immagine di sé e del proprio corpo.

Una percezione spesso esasperata al negativo, sotto la pressione dell’ipersensibilità propria dell’adolescenza, ma anche del confronto con un mondo esterno fatto di perfezioni e di modelli irraggiungibili, veicolati e potenziati dai social.

Secondo un nuovo studio, gli adolescenti che si percepiscono in sovrappeso hanno tre volte più probabilità di prendere in considerazione l'idea di commettere atti autolesionistici rispetto a quelli che non lo sono, indipendentemente dal fatto che il giovane o la giovane siano oggettivamente in sovrappeso.

"Abbiamo scoperto che la percezione di essere in sovrappeso ha un effetto molto più forte sulle pulsioni autolesionistiche, gravi fino all'ideazione suicidaria, rispetto a quanto la misura oggettiva del peso potrebbe provocare" ha affermato Philip Baiden, professore associato di assistenza sociale presso l'UTA e autore principale dello studio.

Lo studioso ha condotto la ricerca insieme alla professoressa associata di assistenza sociale della UTA Catherine LaBrenz, e a ricercatori della UT Dallas, della Texas Woman's University, della Florida International University, della New York University, della Simmons University e della University of Ghana.

"Questa scoperta è coerente e si collega perfettamente alle recenti richieste di riconsiderare quanto sia accurato l'Indice di massa corporea come strumento per diagnosticare se un individuo è sovrappeso o obeso" ha affermato il professor Baiden.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista peer-reviewed Psychiatry Research. I ricercatori hanno esaminato i dati di oltre 39.000 ragazzi e ragazze di età compresa tra 14 e 18 anni, ottenuti dal Center for Disease Control and Prevention's Youth Behavior Risk Survey.

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La ricerca ha preso in considerazione fattori quali lo stato socioeconomico, le dinamiche familiari, le pressioni scolastiche e le esperienze infantili avverse.

I dati aggregati dal 2015 al 2021 includevano sia dati auto-riferiti dagli adolescenti sia informazioni ottenute da genitori, caregiver e registri scolastici. Questo approccio completo ha permesso ai ricercatori di identificare la relazione tra la percezione del peso e la maggiore probabilità di problemi di salute mentale.

"Anche dopo aver corretto i fattori di rischio di autolesionismo e ideazione suicidaria consolidati, come sentimenti di disperazione, bullismo, cyberbullismo, uso di sostanze e variabili demografiche, abbiamo comunque trovato una connessione tra come gli adolescenti si sentono riguardo al loro peso e il fatto che stiano o meno prendendo in considerazione comportamenti autolesionistici" ha affermato la dottoressa LaBrenz, coautrice dello studio.

"Abbiamo anche scoperto che le ragazze erano più a rischio dei maschi di percepire se stesse come persone in sovrappeso".

Lo studio sottolinea inoltre il ruolo fondamentale delle scuole, delle famiglie e delle comunità nel creare ambienti di supporto che possano contribuire a migliorare l'autopercezione degli adolescenti.

Le prime, in particolare, come prioritario ambiente esterno alla famiglia che raccoglie dalle stesse il mandato educativo e formativo, sono ambienti ideali che potrebbero offrire risorse per la salute mentale e promuovere un'atmosfera positiva e inclusiva.

"Investendo in misure preventive e programmi di intervento precoce" ha affermato il professor Baiden, "è possibile ridurre le conseguenze negative a lungo termine di questa situazione di disagio psicologico sul sistema sanitario e migliorare la qualità della vita dei giovani".


Riferimento bibliografico

Philip Baiden, Catalina Cañizares, Catherine A. LaBrenz et alii. 
Effects of objective and perceived weight on suicidal ideation among adolescents:
Findings from the 2015–2021 national Youth Risk Behavior Survey
.
Psychiatry Research, 2025.

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