Capita a molti genitori e insegnanti di trovarsi di fronte a un ragazzo che ripete senza variazioni, a pappagallo, come si dice, informazioni sentite da qualche parte o lette online, idee che un adulto con più esperienza e cultura non può condividere. L’impulso sarebbe quello di correggerlo all’istante, sfatando falsi miti e assicurandosi che il figlio o lo studente abbia le informazioni giuste.
Questo però provoca spesso reazioni contrarie di rifiuto e rischio di rendere ancora più radicate le sue “convinzioni”.
Un approccio più collaborativo, anziché direttivo, risulta più efficace. Anche se con il ragazzo esiste un buon rapporto, un adulto oggi non può ignorare l’influenza di un mondo sempre più polarizzato, dove trovare una solida base di intesa, di fiducia e di comprensione reciproca sembra sempre più difficile.
Spiegano i pedagogisti che l’obiettivo di genitori, insegnanti e educatori non è dire ai giovani cosa pensare, ma come pensare.
L’impatto dei social media sulle contrapposizioni sociali
In molti casi a sostenere contrapposizioni e scontri è il mondo dei social media, progettato apposta per attrarre l’attenzione di chi li frequenta. I social alimentano le risposte istintive di attacco o fuga mentre si interagisce assimilando contenuti, frammentando e minando le convinzioni soprattutto dei giovani, che sono più vulnerabili a questo.
Alla ricerca di certezze, si tende a irrigidirsi sulle proprie posizioni, allontanandosi dalla capacità di comprendere le sfumature, dal confronto con idee nuove e dall’empatia verso gli altri.
Questo comporta il rischio di avere una visione ristretta e di trovare soluzioni semplicistiche per problemi complessi. Si perde la comprensione condivisa di quello che è giusto o di quello che risponde alla verità dei fatti.
Se a livello educativo non si affronta questo problema, si rischia di crescere una generazione incapace di dialogare con chi la pensa diversamente, di ascoltare davvero e di sviluppare empatia. Si potrebbe persino dire che in gioco ci siano la solidità di un sistema politico come quello democratico, basato su dialogo, capacità di scelta e responsabilità.
E i giovani, come la pensano?
Il mondo digitale, l’intelligenza artificiale e i modelli linguistici analizzano contenuti seguendo spesso schemi di genere e di pensiero preesistenti , trasmettendoli implicitamente come fossero verità assolute.
Ragazzi e ragazze, passando oltre quattro ore al giorno (pari a due mesi l’anno) online, assorbono luoghi comuni, schemi di relazione, ruoli e comportamenti tradizionali che, nel migliore dei casi, possono essere accettabili, ma talvolta anche superati e rigidi, se non peggio.
Se ai ragazzi viene insegnato che successo e appartenenza a gruppi derivano dal potere e dal prevalere sugli altri, non svilupperanno la capacità di vedere entrambi i lati di una questione. Nei media, nei film e nei racconti, osservano spesso che l’unico modo per avere una rilevanza è esercitare il potere e la forza su qualcuno, anziché mettendosi in relazione con qualcuno.
Inoltre, spiegano gli studiosi, il cervello adolescenziale è ancora in via di sviluppo: la corteccia prefrontale, responsabile della valutazione delle conseguenze e delle decisioni, non è ancora matura. Questo porta i ragazzi a essere più inclini a comportamenti rischiosi, specialmente sotto pressione sociale. Per dimostrare il proprio valore, potrebbero aderire a visioni estreme e seguire influencer che promuovono comportamenti sessisti e aggressivi.
Molti giovani finiscono per adattarsi a norme rigide, convinti erroneamente che tutti nel loro gruppo la pensino allo stesso modo, un fenomeno noto come “ignoranza pluralistica”. Di conseguenza, si conformano, temendo di essere esclusi se mostrano un pensiero diverso.
È fondamentale che i ragazzi si sentano sicuri nell’esprimere opinioni proprie e nell’esplorare prospettive diverse. Questa capacità, conosciuta come pensiero flessibile, è essenziale per il loro sviluppo cognitivo e caratteriale.
Occorre insegnare ai ragazzi a essere più adattabili e flessibili nelle loro interazioni per coltivare l’empatia. Questo sembra essere un momento importante della storia per educare i ragazzi a essere aperti e empatici, ma anche saldi nei loro valori.
Esistono metodi e strumenti che aiutano i ragazzi a comunicare meglio, con l’obiettivo di aiutare ragazzi, genitori, insegnanti e educatori a comprendere che il disaccordo fa parte della vita e che non essere sempre d’accordo non significa essere esclusi.
Si può prendere come esempio una questione molto dibattuta: l’idea che i minori di 16 anni non dovrebbero avere accesso ai social media. La questione centrale, in questo caso, non è tanto chi ha ragione, ma piuttosto come affrontare il confronto in modo positivo e non distruttivo.
Il primo passo è riconoscere il punto di vista dell’altro, ascoltando attivamente e riformulando il suo pensiero, riconsocendo la posizione alternativa. I social media, potrebbe essere un’obiezione del giovane al divieto, sono fondamentali per chi vive in luoghi isolati. Un genitore favorevole al divieto può acconsentire su quanto sia importante per questi giovani uscire dal senso di solitudine. Una volta affermatolo, potrebbe esprimere il suo punto di vista, senza imporlo, ma presentandolo come un’altra prospettiva. Ad esempio affermando di credere che i social diffondano molte informazioni fuorvianti, che si passa troppo tempo online, e che pensa che i ragazzi sotto i 16 anni fatichino a gestire tutto questo. A questo punto è nelle condizioni di suggerire una via d'uscita.
È importante insegnare ai ragazzi che può andar bene non raggiungere un accordo consensuale. Il valore di questo processo consiste nell’imparare che le persone possono avere opinioni diverse, che questo va bene. Seguendo l’esempio del divieto del cellulare, si può ad esempio sottolineare che quanto entrambi si tenga ai giovani, pur riconoscendo una differenza di opinioni. E, paradossalmente, che si concorda almeno sul fatto di non essere d’accordo.
In un mondo sempre più polarizzato, insegnare ai ragazzi a gestire i disaccordi con rispetto e ascolto è essenziale. Strumenti come lo schema sopra esemplificato, che porta a una mediazione che cerca di superare la contrapposizione iniziale, può aiutare un giovane a sviluppare empatia e capacità di confronto anche con gli adulti ai quali inizialmente si contrappone.