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28 aprile, Torino. La Giornata Mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, che si svolge il 28 aprile di ogni anno, è stata istituita nel 2003 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO/BIT). La manifestazione, di respiro mondiale, ha lo scopo di focalizzare l’attenzione internazionale sull’importanza della prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro e delle malattie professionali e sulla necessità di un impegno collettivo per la creazione e la promozione della cultura della sicurezza e della salute sul lavoro.
L’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte prende la parola insieme a due esperti del servizio sociale INAIL: Alessia Congia e Davide Damosso.
“L’emergenza Covid-19 - afferma Barbara Rosina (Presidente Ordine Assistenti Sociali del Piemonte) - rappresenta una tragedia umana drammatica sia dal punto di vista sanitario sia da quello sociale, economico ed occupazionale. La salute e la sicurezza negli ambienti di lavoro costituiranno il cardine delle misure da adottare nella fase 2, con la riapertura graduale delle attività produttive e commerciali. La pandemia ha messo in forte crisi anche i servizi sociali, sono numerose le testimonianze che ci permettono di affermare che per la professione ha implicato un ripensamento importante. Obiettivo dei professionisti del sistema dei servizi sociali, socio-sanitari e sanitari, è contemperare a due esigenze antitetiche e difficili da coniugare: garantire la continuazione delle attività in quanto facenti parte di servizi essenziali nel rispetto delle disposizioni sul distanziamento sociale e sul divieto degli spostamenti e le relazioni di vicinanza relazionale con le persone, strumento fondamentale per portare avanti progetti di sostegno, accompagnamento, riconoscimento delle risorse personali, familiari, sociali. In queste settimane abbiamo individuato, attraverso diversi strumenti informatici (come skype, whatsapp, teams), non solo modalità per garantire il confronto con altri professionisti ma anche, ad esempio, per favorire l’incontro di gruppi di familiari di persone, con malattia mentale o patologie neurologiche. Deve inoltre essere riconosciuta l’attenzione nel mantenere, con incontri a distanza regolari, in sostituzione degli incontri in luogo neutro, la continuità affettiva tra bambini in affidamento o figli di coppie con vicende separative caratterizzate da alta conflittualità ed i loro genitori o nonni, tra gli anziani o le persone con disabilità inserite in strutture residenziali e le loro famiglie.”
Alessia Congia, assistente sociale INAIL, aggiunge: “La professione ha dato prova di sapersi reinventare e trovare soluzioni per poter essere vicini ai destinatari dei propri servizi, per “stare con l’altro” in sicurezza. Diverse e numerose sono state anche le iniziative per promuovere la solidarietà nelle comunità e tra i singoli, creando contatti, stimolando confronto e sostegno reciproci, formando vere e proprie reti di fronteggiamento”.
Il Documento tecnico sulla possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2 nei luoghi di lavoro e strategie di prevenzione dell’Inail, del mese corrente, attribuisce una classe di rischio (basso, medio-basso, medio-alto, alto) ai settori produttivi. Si considerano due variabili: l’esposizione e la prossimità. Il risultato prodotto viene combinato ad un terzo fattore, ossia l’aggregazione. Secondo questa classificazione, il comparto della Sanità e dell’Assistenza sociale presenta un rischio alto. Non è ovviamente l’unico.
“Importante sarà, quindi, - conclude Davide Damosso (Assistente sociale INAIL) - porre attenzione particolare alla salute psico-fisica di chi lavora nel sociale. Solo così si potranno garantire professionisti in grado di contribuire al sostegno di individui, famiglie ed alla ricostruzione delle comunità”.
Carmela, Francesca Longobardi – Consigliere delegato alla Comunicazione esterna e ai Rapporti con i mass media – Ordine Assistenti sociali Piemonte / tel. 333.4896751
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Gustavo Pietropolli Charmet,: “Occorre un patto educativo tra scuola, famiglia e contesti di vita degliadolescenti”
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In questi giorni di difficoltà
Da quasi due mesi le nostre vite sono cambiate in modo improvviso e radicale. Dopo un momento iniziale di confusione e incertezza, forse di non piena consapevolezza di quanto stava per accadere, è stata presto chiara a tutti la dimensione drammatica del contagio e di questa emergenza.
Voglio anzitutto condividere la mia preoccupazione ed esprimere la mia vicinanza, a chi è stato colpito nei suoi affetti e al personale medico e sanitario impegnato nell’assistenza ai malati. A subirne le conseguenze più pesanti sono gli anziani. Una generazione di uomini e donne che hanno costruito con sacrificio, nel dopoguerra, la società in cui viviamo. E non solo loro. Il contagio colpisce in modo trasversale la nostra comunità e ci chiama tutti a seguire in modo responsabile le indicazioni su isolamento e distanziamento, per il bene nostro e, ancor di più, delle persone con cui veniamo in contatto.
Milano sta cercando con tutte le sue forze di affrontare questo dramma. Il Consiglio comunale, dopo l’approvazione del bilancio, avvenuta il 5 marzo, ha ripreso la sua attività a distanza, per la prima volta nella storia del Comune di Milano. Per questa via viene garantita la possibilità di riunire le Commissioni, di effettuare confronti in collegamento remoto; sono riprese dal 16 aprile in modo virtuale anche le sedute di Consiglio comunale. È stato istituito un Tavolo permanente di confronto sull’emergenza, Tavolo che ho il compito di presiedere e che vede presenti i capigruppo di tutte le forze politiche, il sindaco o un suo delegato, e l’assessore al bilancio. Si sta riunendo ogni settimana ed è l’occasione per allineare le informazioni, condividere le strategie, confrontarci con la Giunta comunale e audire i diversi attori della città.
È un’iniziativa che, in un momento così difficile in cui non possiamo più lavorare come lavoravamo fino a due mesi fa, garantisce che i rappresentanti dei cittadini abbiamo occasioni di confronto anche dialettico per far emergere priorità, problemi, strategie per rispondere all’emergenza.
In queste settimane il Comune di Milano si è speso il più possibile per mettere in atto iniziative di contrasto all’emergenza che stiamo vivendo: un fondo di 3 milioni stanziato dal Consiglio comunale a cui si è aggiunto un fondo di mutuo soccorso sostenuto da generose donazioni dei cittadini e dei privati per la gestione della crisi sanitaria e un fondo gestito insieme alla Curia per il sostegno ai più deboli; ha potenziato i servizi legati al numero 020202 con iniziative mirate agli anziani (consegne di pasti e medicinali a domicilio) anche grazie alla rete di volontariato a cui si è fatto appello sin dal primo momento; si è attivato autonomamente per distribuire mascherine ai medici di base, commercianti e tassisti, operatori sociali e nei quartieri popolari della città, dove il Comune ha deciso di mettere a disposizione 300mila mascherine, stimando di raggiungere circa 60mila nuclei familiari tra residenti nelle case popolari; ha messo a disposizione l’hotel Michelangelo e le sue 300 stanze dell’autorità sanitaria per fornire spazi di isolamento e quarantena; i primi ingressi dal 30 marzo; ha rafforzato le misure sanitarie e ampliato gli orari di apertura dei centri per senza fissa dimora; ha avviato la sanificazione delle strade in tutti i quartieri e di tutti i mezzi pubblici; attraverso una procedura straordinaria; ha prorogato di 4 mesi tutti i pass emessi dagli uffici della mobilità; prorogato la scadenza delle carte di identità al 31 agosto; ha ristabilito le frequenze dei mezzi nelle fasce di punta dopo che la Regione ne aveva imposto la riduzione con una ordinanza; ha sospeso la sosta a pagamento in tutta la città, aperto AreaC e AreaB, ha esentato le famiglie dal pagamento per i mesi di chiusura straordinaria dei nidi e prorogato il pagamento della frequenza degli stessi del mese di gennaio al 30 aprile. Le famiglie che hanno già effettuato il pagamento dell’intero anno avranno diritto al rimborso dei mesi di chiusura; per i contributi al servizio di refezione scolastica a Milano Ristorazione Spa: ha deciso il differimento al 15 maggio 2020 di tutti i termini di pagamento per gli alunni frequentanti le scuole dell’Infanzia Comunali e Statali, le scuole Primarie e le scuole Secondarie; ha stabilito il rinvio del pagamento delle prime tre rate del 2020 degli affitti e delle concessioni dovute al Comune per gli immobili di sua proprietà assegnate ad attività commerciali, culturali, giovanili, sport e del tempo libero nonché alle imprese; ha previsto la facoltà di dilazionare il pagamento della Tari in 4 rate invece che due; ha disposto il differimento del termine di pagamento di canoni e spese degli alloggi popolari del Comune al prossimo 30 settembre, con possibilità di rateizzazione che potrà tenere conto delle situazioni economiche dei nuclei familiari, in analogia con provvedimenti già emessi dall’Amministrazione; ha istituito i buoni spesa per le famiglie in difficoltà per assenza di reddito o perdita del lavoro; ha organizzato una serie di HUB per la consegna di cibo alle famiglie più povere e pubblicato sul sito una mappa in continuo aggiornamento dei negozi che, nei vari quartieri, effettuano le consegne a domicilio.
Altre iniziative verranno pensate e avviate in base ai bisogni e all’evolversi della situazione.
Qualche considerazione su quello che sta accadendo
È difficile non restare sgomenti e senza parole, di fronte alla sofferenza e alle difficoltà di molte persone, delle strutture sanitarie e dei suoi operatori, degli infermieri e i medici in prima linea. Quello che sta accadendo, l’enormità dei lutti e delle sofferenze che la nostra comunità sta vivendo, ci ammutolisce. Ma dobbiamo reagire, da subito. È fondamentale in questo momento unire le energie per dare più forza alla risposta della nostra città a questa terribile emergenza.
In questo momento di emergenza l’attenzione di tutti è rivolta, come giusto, alla dimensione sanitaria dell’emergenza, alla situazione degli ospedali, dei reparti di rianimazione, alla condizione drammatica di lavoro di medici e infermieri. Un riconoscimento doveroso viene fatto all’impegno di tutti i lavoratori delle catene essenziali di produzione e commercio cui si deve la sopravvivenza di tutti i cittadini in isolamento in questi giorni: i lavoratori del settore alimentare, gli autotrasportatori, i farmacisti, e così via.
Poca attenzione viene però riservata a strutture dell’assistenza ai più deboli e vulnerabili: case di riposo, comunità per disabili, comunità di accoglienza per minorenni, comunità terapeutiche. Sono strutture altrettanto essenziali per la nostra società. Questi servizi stanno reggendo grazie al grande sforzo degli operatori, che affrontano una situazione molto difficile, anche da un punto di vista psicologico.
Il sociale è un settore trascurato, nei confronti del quale c’è poca attenzione a livello pubblico. Anche che le reti sociali stanno subendo un colpo durissimo. Questa crisi che stiamo vivendo anche per il Sociale non sarà una semplice parentesi, ma un colpo durissimo dopo il quale il terzo settore si troverà molto indebolito, proprio quando, tra pochi mesi, si troverà a dover affrontare bisogni ancora più grandi.
La rete di fronteggiamento dei bisogni che ha garantito in questi anni coesione sociale e sostegno ai più vulnerabili sarà infatti più fragile, a partire anzitutto dagli operatori che stanno pagando un prezzo durissimo, per affrontare con responsabilità e professionalità il loro compito quotidiano, nell’isolamento cui sono costretti loro e i loro ospiti.
Esiste poi la questione inderogabile delle responsabilità per la situazione tanto drammatica e difficile in cui versa la nostra regione, che sta pagando il prezzo più alto nel nostro Paese per questa emergenza. Dobbiamo interrogarci su cosa non ha funzionato e su cosa non stia funzionando, su cosa va immediatamente cambiato nelle strategie di prevenzione e intervento per arginare il contagio. Esiste poi la questione drammatica delle RSA, le strutture per anziani, del loro abbandono e, come sembra, di procedure e provvedimenti inefficaci e forse irresponsabili, su cui sta indagando la magistratura. Se fossero confermati non potrebbero trovare alibi alcuno nell’urgenza ma prefigurerebbero una pesantissima e scellerata negligenza. Quello che leggiamo sui giornali, il dolore dei familiari e i loro racconti nelle inchieste televisive, lasciano addolorati, sconcertati, indignati. La domanda di verità e di giustizia per i nostri moltissimi concittadini parenti di anziani deceduti nelle Rsa è sempre più forte e su questo si dovrà approfondire e far chiarezza senza sconti nelle sedi opportune.
Oltre a interrogarsi su cosa non ha funzionato, bisogna capire cosa cambiare da subito, ora, nelle strategie di risposta all’epidemia, che sembrano inefficaci se paragonate non dico a quelle di altri Paesi, ma a quelle di altre Regioni. Occorre mettere a punto una strategia di contenimento efficace del virus, utilizzando in modo massivo e puntuale i tamponi, per contrastare il fenomeno dei contagi intra-familiari e per tutelare le persone che stanno lavorando. Occorrerebbe pensare a una Fase 2 non solo dei processi di ripresa produttiva ed economica ma, innanzitutto, a quella propedeutica di diffusione e trasparenza dei dati sul contagio. Dopo oltre un mese di chiusura, prima di dare la responsabilità ai singoli cittadini per i loro comportamenti individuali, sarebbe molto più importante capire, al di là dei numeri assoluti, chi sono i nuovi contagiati, dove si stanno contagiando (in ospedale, nelle Rsa, a casa, al lavoro?), che vita fanno, chi hanno incontrato, e così via. Mi chiedo: se oggi una persona si ammala in modo lieve ma con sintomi precisi della malattia, perché non viene effettuata prontamente una verifica? Di più: se una persona si ammala in una famiglia, perché non esiste un protocollo automatico, non discrezionale, che funzioni in tutti i Comuni della nostra Regione, per effettuare il tampone immediatamente a tutti i familiari?
In queste settimane abbiamo sentito quotidianamente un profluvio di opinioni tecniche, sanitarie e ancor più politiche, informazioni e opinioni spesso contrastanti che ci hanno disorientato, un presenzialismo mediatico che non sta portando chiarezza. È inderogabile la richiesta di informazioni e dati, di quella trasparenza cui fino ad oggi chi governa la Regione si è sottratto.
È stato richiesto un radicale cambiamento di vita, di abitudini, un sacrificio senza precedenti ai cittadini per arginare il contagio, e Milano ha saputo recepire questa necessità in modo responsabile. Occorre ora un radicale aggiustamento di rotta delle politiche sanitarie e della comunicazione istituzionale.
In prospettiva
Oggi abbiamo un doppio compito. Da una parte gestire l’emergenza e stare vicini alle persone più esposte e più vulnerabili, in questa fase così difficile. Su questo fronte, condivido il cambio di strategia chiesto dai sindaci della città metropolitana di Milano ormai molti giorni fa e non ancora recepito, con un passaggio da una gestione soprattutto emergenziale e ospedaliera, che sta ormai arrivando alla saturazione delle possibilità di risposta, a una basata sulla sorveglianza attiva territoriale.
Dall’altra parte, dobbiamo incominciare a pensare anche alla ricostruzione. Tra pochi mesi l’emergenza del contagio sarà ridimensionata, speriamo, e dovremo essere pronti e lucidi per affrontare quanto avremo di fronte. Questa è una crisi senza precedenti, che sta provocando un “effetto domino” sulle attività produttive e, simultaneamente, un crollo dei consumi e degli investimenti.
Ricostruire vorrà certo dire intervenire sulle leve della ripresa economica ma anche infondere nella società e nei cittadini fiducia, desiderio e possibilità di risollevarsi: questo avviene solo quando le persone sentono vicine e presenti le istituzioni, per rispondere ai bisogni dei singoli e delle categorie sociali, con provvedimenti adeguati, senza lasciare nessuno nella disperazione e nella solitudine. Il modo in cui ci orienteremo nella ricostruzione non è indifferente, dovremo procedere facendo tesoro della lezione di quanto avvenuto.
Questa è una tragedia inedita per le sue caratteristiche e per la sua vastità, una minaccia fisica che colpisce gli uomini e le donne nel corpo, mette a rischio la loro stessa possibilità di sopravvivenza e solleva in modo potente e ineludibile un fattore così semplice e così tragico, di cui tanto persone da tempo, nel mondo, stanno sottolineando la gravità: la rottura degli equilibri ambientali. È uno shock del sistema che ci porta una volta di più a interrogarci su cosa abbiamo fatto del nostro rapporto con l’ambiente e con la natura. Le politiche, in futuro, dovranno a mio giudizio fare un salto di qualità, puntando anzitutto a trasformare il sistema a partire da una rinnovata centralità dell’uomo e dell’ambiente. La trasformazione del sistema dovrà prevedere politiche trasversali che proteggano, predispongano e prevengano.
La minaccia al nostro benessere di comunità e di cittadini, in futuro, avrà due grandi polarità: quanto può derivare dal cambiamento climatico, dal deterioramento dell’ambiente, da un rapporto predatorio con la natura e con i viventi non umani; le nuove e drammatiche disuguaglianze economiche e sociali prodotte da questa crisi senza precedenti.
Indietro non si potrà tornare, quello che stiamo vivendo dovrà essere la lezione per un salto di qualità delle politiche, improntate a un futuro che veda una società rinnovata nei suoi equilibri, nelle sue tutele dei diritti fondamentali, nella sua attenzione all’ecologia.
Con il progetto Milano 2046 abbiamo compreso come le società siano esposte sempre di più a shock improvvisi, catastrofici. Sarà lungimirante investire sulla resilienza della nostra città, e del nostro Paese, predisponendo strumenti di tutela e risposta di fronte a questi fattori imprevedibili di crisi, che si possono comunque contenere nei loro effetti più devastanti.
Penso a un nuovo welfare, a un sistema sanitario rafforzato, democratico e accessibile, non centrato solo sui grandi ospedali ma con una forte presenza territoriale e una maggiore cura della medicina di base, a un rilancio della ricerca, della scuola, a un’economia non più così determinata dall’interesse di pochi. Uno dei rischi più grandi, infatti, sarà quello di doverci confrontare con nuove e più forti diseguaglianze. Penso, in altre parole, a una radicale inversione di rotta.
Sarà molto impegnativo ma ne avremo la forza, ne sono sicuro. Quello che stiamo vivendo ci renderà più consapevoli, più altruisti, più determinati a volere una società migliore.
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Le misure fin qui adottate dal Governo non proteggono e tutelano i bambini più vulnerabili, rendendoli di fatto invisibili.
Stiamo parlando di 450.000 bambini e adolescenti che in Italia sono in carico ai servizi sociali, 91.000 a causa di maltrattamenti che subiscono in casa.
Questi bambini stanno vivendo l’esperienza traumatica dell’isolamento probabilmente senza adulti in grado di spiegare loro cosa stia succedendo e tutelare in modo adeguato il loro benessere psicologico.
In tanti casi, le restrizioni connesse all’emergenza sanitaria hanno interrotto o fortemente diminuito il supporto educativo che ricevevano, proprio perché già in situazioni di rischio.
Nei casi più drammatici vivono chiusi in casa senza vie di fuga dalla violenza fisica e psicologica che subiscono tutti i giorni.
- Scritto da Ubiminor
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Il “lavoro agile”, o smart working, come viene spesso chiamato, non è – o almeno non dovrebbe essere – la conseguenza di una costrizione, come avviene oggi nel caso dell’emergenza Covid-19. Definito nella legge n. 81/2017, il lavoro agile partiva dal presupposto della volontarietà: il datore di lavoro e il dipendente stringevano un accordo perché il secondo potesse svolgere alcuni compiti da remoto. Non è agile – per quanto necessario – essere obbligati a restare in uno spazio limitato, in cui dover anche lavorare. È evidente che questa situazione rischia di compromettere l’equilibrio di molte persone, oltre che l’efficacia stessa dell’impegno lavorativo. L’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna riparte dal concetto iniziale di smart working, per comprenderlo meglio e auspicabilmente attuarlo meglio, appena sarà possibile.
In realtà, lo smart working è un progetto che prevede nuove organizzazioni e nuove modalità di lavoro, anche al di fuori dell’azienda. Sostanzialmente, il lavoro agile è un accordo basato sulla fiducia e sul confronto sui risultati, che diventano il fondamento retributivo, scalzando l’orario di lavoro, finora considerato elemento principale di ogni contrattazione. In quest’ottica, il lavoro agile favorisce il sentimento di appartenenza e di partecipazione della persona alla propria realtà lavorativa, promuovendo benessere e produttività.
Il lavoro agile richiede capacità di autogestione di spazi e tempi: il rischio, infatti, è di comportarsi come se si fosse sempre a lavoro. Anche per questo lo smart working non può essere l’unica forma di lavoro, conservando in parallelo impegni lavorativi ben delimitati nel spazio e nel tempo. D’altra parte, se la “modalità agile” fosse esclusiva, porterebbe all’isolamento dei dipendenti, all’assenza del confronto tra colleghi, che, seppur presenti in forma virtuale, verrebbero privati del rapporto necessario alla condivisione. Il setting, il contesto, è una parte essenziale dello svilupparsi delle relazioni e dell’empatia tra colleghi.
Ciò che sta accadendo oggi è, piuttosto che lavoro agile, la risposta più rapida possibile a un’emergenza sanitaria di proporzioni enormi. In futuro, bisognerà ripensare il modo di lavorare in remoto, ripartendo dal progetto iniziale, in modo da recuperare la dimensione in presenza, almeno in alcuni momenti della settimana, con la possibilità di gestire da vicino, senza la mediazione di uno schermo, emozioni, conflitti, rapporti e impegni lavorativi: la possibilità, in sostanza, di restare umani.
Ufficio Stampa Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna
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Adolescenti e Coronavirus, la psicologa: “Attenzione al vamping”
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Anche l’istruzione parentale ha bisogno di maestri e professori
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Le mura di casa possono salvare le persone dal contagio del Covid-19, ma al loro interno possono nascere o crescere la violenza fisica, psicologica ed economica. Queste situazioni rischiano di venire amplificate dalla necessaria limitazione ai movimenti, diventando un’emergenza nell’emergenza. Dai primi dati dell’indagine basata su questionari “Mutamenti sociali in Atto-COVID19” del CNR-Irpps, comunicati il 27 marzo, emerge che in Italia circa 2 persone su 10 segnalano che il protrarsi di una convivenza forzata potrebbe generare un aumento della violenza fisica, prevalentemente degli uomini sulle donne. Una persona su dieci segnala anche un problema di violenza psicologica delle donne sugli uomini.
Dando anche seguito all’invito del Ministero dell’Interno a informare e sensibilizzare sul tema, l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna ritiene indispensabile porre l’attenzione sulla violenza domestica in situazioni di convivenza forzata, una violenza che più del solito rischia di restare taciuta. È noto come nei periodi ordinari, durante i fine settimana o le vacanze, si registri un aumento degli episodi di violenza: in modo particolare, quindi, quando la vita in comune diventa più intensa. Lo stesso rischia di avvenire ora.
La vita sociale, l’attività lavorativa e la scuola in situazioni di violenza domestica, normalmente, sono luoghi sicuri dove poter chiedere aiuto portando i propri segnali di violenza subita. Oggi, però, la forte riduzione dei contatti sociali e di compresenza obbligata può compromettere questa possibilità per le vittime. In considerazione di tale circostanza, da più parti sono state sollecitate misure idonee a supportare in particolare donne e minori.
La Commissione Pari Opportunità dell’Ordine degli Psicologi dell’Emila-Romagna rilascia la seguente nota ufficiale: “È fondamentale, per noi psicologhe e psicologi, professioniste e professionisti della salute, rassicurare le persone, comunicare loro che la rete antiviolenza è presente e attiva nella nostra regione anche in questo periodo e che sono garantite consulenza, sostegno psicologico e protezione.
Riteniamo inoltre indispensabile sottolineare l’importanza che chiunque assista o venga a conoscenza di situazioni di violenza contatti le forze dell’ordine. Ognuno di noi può aiutare una persona vittima di violenza domestica e di violenza assistita salvaguardandone la salute psicofisica.
Di seguito rendiamo noti a colleghe e colleghi, a tutte le persone, i riferimenti presenti sul nostro territorio regionale, attualmente funzionanti per richiedere aiuto”.
CONTATTI UTILI
- 1522 è il numero nazionale gratuito attivo 24 h su 24.
- I Centri antiviolenza sulle donne accreditati e presenti in Regione ER sono elencati alla pagina: https://parita.regione.emilia-romagna.it/violenza/temi/la-rete-delle-case-e-dei-centri-antiviolenza
- Per richieste da parte di uomini maltrattanti, si segnala la presenza delle seguenti associazioni:
- su Rimini il DIRE UOMO, https://www.vincenzovannoni.it/associazione-direuomo/
- su Reggio Emilia, https://www.libera-mente.org/s-u-m-servizi-per-uomini-maltrattanti/
- su Bologna, http://www.senzaviolenza.it/il-centro/
- sul territorio interprovinciale della Romagna, http://www.informafamiglie.it/ravenna/servizi-alle-famiglie/sostegno-psicologico/ldv-azienda-usl-romagna
- Centro Uomini Maltrattanti, per Ferrara e altre sedi in Italia: https://www.centrouominimaltrattanti.org/
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7 aprile, Torino. Oggi si celebra la Giornata mondiale della salute, una giornata dedicata alla sensibilizzazione sul tema, con il patrocinio dell'Organizzazione mondiale della sanità. “Nessuno resti indietro non sia uno slogan”.
Mai come nell’ultimo mese è chiaro quanto la salute, intesa nella sua più globale accezione, sia preziosa e inalienabile, diritto fondamentale di ogni cittadino. Nessuno escluso. Eppure questa universalità, uguaglianza ed equità del suo riconoscimento, ai sensi dell’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dell’art. 32 della Costituzione e della legge 833 del 1978, sembra non valere per tutti. Perlomeno non per tutti allo stesso modo.
L’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte interviene per accendere i riflettori sugli ‘ultimi’ e sugli operatori che se ne prendono cura.
“Per chi non ha una casa – dichiara Barbara Rosina (Presidente Ordine Assistenti sociali del Piemonte) - vi è l’esposizione non soltanto al rischio del contagio, ma anche e soprattutto allo stigma dell’isolamento, del confinamento e della solitudine. Dell’invisibilità. Apprendiamo dai mezzi di comunicazione, la situazione difficile di un dormitorio di Torino, che, se è come viene descritta, ci preoccupa e temiamo che quanto accaduto possa ripetersi in altre realtà. Si afferma che alcune persone sono risultate positive al tampone e altre hanno sintomi evidenti e stanno attendendo i controlli, così come anche degli operatori. La cooperativa che gestisce la casa di accoglienza notturna chiede tamponi per ospiti e operatori e un piano coordinato di ricollocazione delle persone senza dimora della città, individuando delle strutture aggiuntive, per rendere possibile una diminuzione del numero degli ospiti nelle strutture già operative. Queste situazioni devono essere all’attenzione delle strategie locali e nazionali”.
Questo è lo stato dell’arte: il circuito dei servizi ai quali si appoggiavano solitamente le persone senza dimora si restringe sempre più. Molte mense, bagni pubblici, drop in, centri d’ascolto, spazi di accoglienza collettivi, chiudono perché non riescono a garantire gli standard richiesti dalle disposizioni governative. Diventa difficile restare in salute quando ci si aggira come fantasmi in città rese ancora più spettrali dall’assenza e dai vuoti.
Accanto alle difficoltà e a ciò che non va (e andrebbe cambiato) ci sono servizi che hanno attivato, anche grazie ad una più chiara unione tra sanitario e sociale, la propria abilità di trasformazione e di riadattamento.
Sabrina Anzillotti, consigliera dell’Ordine regionale e assistente sociale, aggiunge: “Il monito #iorestoacasa è stato integrato da quello del #VorreiRestareAcasa dei senza fissa dimora, dei cittadini più marginali, che vivono anche ai confini di una pandemia. Alcuni servizi, tutti quelli che ne hanno avuto la possibilità, si sono trasformati per accogliere in sicurezza e tutela la metà degli ospiti e garantire il distanziamento sociale. Siamo a conoscenza del fatto che siano state adottate alcune strategie ad hoc, come l’ampliamento della fascia oraria di apertura, l’effettuazione dei turni per la cena e la colazione, l’organizzazione del pre triage. Bisognerebbe bloccare i nuovi inserimenti per tutto il mese di aprile e garantire il corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuali, sostenere con un ascolto più attento e solidale le fragilità, i timori e le insicurezze che sembrano moltiplicarsi. Parimenti risulta necessaria la creazione di una connessione sovra dipartimentale e interistituzionale di informazioni tra utenti, operatori e servizi, per far conoscere la rete virtuosa di collaborazione e scambio e rendere visibile questo circuito di solidarietà territoriale, in tutela dei nostri cittadini più fragili. L’obiettivo più grande per tutti: restare e far restare in salute”.
Rosina conclude: “La capacità di trasformazione e di rimodellamento dei servizi di accoglienza dedicati alle persone più fragili dei nostri territori ha permesso in molte situazioni di continuare a garantire l’ospitalità, l’assistenza e l’accoglienza ai ‘più invisibili’. Mentre fronteggiamo l’attuale crisi sociale e la drammatica crisi sanitaria, dobbiamo far sì che il principio “Nessuno resti indietro” non sia uno slogan: condividiamo l’attenzione per le misure per l’emergenza, ma se non si organizza il futuro c’è una bomba sociale pronta a esplodere. Rilanciamo con forza le proposte dell’Ordine nazionale assistenti sociali, sottolineando che occorre pensare ad un allargamento del Reddito di Cittadinanza a chi ha perso qualsiasi reddito e non può usufruire di ammortizzatori sociali. Servono nuove assunzioni e la stabilizzazione degli assistenti sociali precari. Bisogna anticipare oggi il finanziamento dei Fondi Povertà, Politiche sociali, Non Autosufficienza. Chiediamo l’integrazione tra ospedale e territorio e un maggior investimento nel comparto sociale in Sanità per garantire dimissioni protette e affrontare il problema della salute nel suo complesso e l’istituzione di un fondo di solidarietà apposito per il Terzo Settore”.
Carmela, Francesca Longobardi – Consigliere delegato alla Comunicazione esterna e ai Rapporti con i mass media – Ordine Assistenti sociali Piemonte / tel. 333.4896751